Volti senza nome

Giulio Regeni, un giovane studente, nostro connazionale, è stato ucciso, massacrato, alla fine del gennaio 2016 a Il Cairo da agenti delle forze di sicurezza egiziana: il suo omicidio attende ancora giustizia e l’opinione pubblica italiana, a quasi cinque anni di distanza, sollecita i governi – italiano e soprattutto egiziano – perché sia fatta chiarezza e siano finalmente dichiarate precise responsabilità.
Altrimenti – prima e dopo la morte di Regeni e ancora in questi giorni – decine e centinaia di migranti, donne, uomini e bambini, continuano a morire per annegamento nel Mare Mediterraneo davanti alle coste italiane. Mentre nessuno dai paesi d’origine, da quel che risulta, richiede di appurare le responsabilità della loro morte, né fornisce una qualche informazione che riguardi ciascuna di queste persone singolarmente: come se non fossero mai esistite. Corpi senza nomi.
Da decenni nel nostro paese si insiste, penosamente, a discutere di sé stessi e degli interessi nazionali, su come e quanto impedire a queste persone in fuga da fame, crisi climatiche e conflitti etnici, specie se di colore, di varcare i nostri confini. Animatamente si polemizza per bloccarle al loro arrivo, ostacolarne il movimento sul territorio nazionale, riuscire a rispedirle al più presto perché irregolari o clandestine. E così non vederle mai più.
Nonostante questo prevalente atteggiamento, molte delle persone migranti che, partendo dall’Asia, dall’Africa, dal Sud America sono riuscite ad approdare in Italia, si sono qui inizialmente fermate da “irregolari” ed ora vivono tra noi, hanno famiglia, mandano i loro figli a scuola con i nostri figli, lavorano nei nostri campi e nelle nostre officine. Alle “tate”, alle persone “extracomunitarie”, abbiamo persino affidato l’accudimento di molti dei nostri bambini col nostro e col loro futuro, delle nostre nonne e dei nostri nonni con la nostra memoria. Ai sikh abbiamo affidato la cura delle vacche dal cui latte si trae il formaggio grana, orgoglio ed eccellenza della Pianura Padana.
Queste persone sono spesso vestite, specie le donne, in modo diverso da noi, ma non interessa vederle una ad una, in maniera distinta, secondo la comunità di appartenenza, la propria lingua, cultura, musica e culto. La loro presenza preoccupa, infastidisce: si preferisce che non compaiano pubblicamente.
Insomma, da una parte si pretende che non ci siano proprio, dall’altra, ne abbiamo semplicemente bisogno.
Le posizioni xenofobe e i comportamenti ad esse correlati non costituiscono tratti esclusivi della estrema destra politica, come mostra il diffondersi di ideologie securitarie di “sacralizzazione nazionale” dei territori e come dimostra il fatto che nel nostro paese non si sia ancora riusciti ad introdurre il principio legislativo dello ius soli mentre continua ad albergare il solo ius sanguinis quale requisito di accesso al diritto di cittadinanza.
Certamente la popolazione italiana non esprime solo diffidenze. Sono senz’altro presenti e diffuse le pratiche umanitarie e di carità volte ad alleviare le deprivazioni e ad affrontare le più drammatiche disdette della vita quotidiana delle persone immigrate. Ma si tratta piuttosto di atti di dedizione volontaria che di volontà politica programmata ed organica alla vita sociale.
Forse non ci si rende ben conto del fatto che così stiamo cancellando la nostra storia e la nostra cultura di penisola immersa nel Mediterraneo – teatro geografico, da secoli, di incontri e di scambi fra le genti d’Asia, d’Africa e d’Europa – e che stiamo facendo un’opera di rimozione del nostro passato coloniale, di quello interno avverso alle popolazioni meridionali come di quello esterno avverso alle popolazioni di Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia, senza qui parlare delle manifeste avversioni espresse nelle leggi razziali fasciste avallate da un re Savoia.
Questa grave opera di rimozione, a mio modo di vedere, impedisce di fare pienamente i conti, oltre che col nostro vero passato, anche col presente di una società italiana ormai multietnica e multiculturale.
Altri paesi occidentali, più di noi, quali Francia, Regno Unito, Germania, per non parlare degli Stati Uniti, hanno consapevolezza, da più tempo, di essere “multiculturali”. Il che non significa necessariamente che in tali paesi i gruppi etnici abbiano superato le difficoltà di riconoscimento e di reciproco rispetto, ma, almeno in quei contesti, le cose vengono chiamate col loro nome, ossia là si parla chiaramente di razzismo e di “suprematismo bianco”. Il movimento Black lives matter ne è l’esempio lampante.
Ora, è certamente faticoso imparare a convivere: per lingue, fedi, modi di intendere la vita. Ma non possedere consapevolezza storica e di pensiero complica enormemente le cose, perché alimenta ignoranza ed ipocrisie, impedisce di vedere i veri problemi e le loro possibili soluzioni, di riconoscere il valore delle grandi risorse umane dei migranti nella loro appartenenza alle comunità culturali di origine.
Da sempre sostengo la necessità dello studio e dell’approfondimento della nostra storia nazionale, compresa la nostra ancor recente e drammaticamente attuale storia di italiani emigrati all’estero. Milioni di italiani se ne sono andati nelle Americhe, in Australia, nei paesi del Nord Europa, di solito senza conoscere lingue, costumi, istituzioni dei luoghi verso il quale si stavano dirigendo. Risulta per me di grande interesse recuperare tutto il patrimonio di speranza dei migranti italiani, la forza del mandato ricevuto dalle loro famiglie, le risorse di umanità poste nelle mete, nei recapiti dei congiunti e dei compaesani da raggiungere, nelle attese di apertura e di ospitalità delle genti incontrate. Queste persone – italiane – sono emigrate nel mondo intero partendo da una comunità di appartenenza, con una loro identità, religiosità,  retroterra di relazioni affettive. Con questo patrimonio hanno saputo resistere nelle situazioni più dure e ostili.
Studiare e conoscere il nostro passato significa voler comprendere quel che sta accadendo, prendere parte alla vita di quel (meno del) 9% di persone immigrate tra noi, per costruire un futuro comune del nostro paese.

http://www.settimananews.it/societa/migranti-vite-inesistenti/?utm_source=2020-12-15

Don Roberto Malgesini, “pane per gli ultimi”

Don Roberto Malgesini, un prete di 51 anni, di Como, è stato ucciso a coltellate a opera di un tunisino che il sacerdote conosceva e aveva, più volte, aiutato. La notizia è rimbalzata presto in Valtellina, a Como e nella Chiesa tutta e, in particolare, nella comunità di Regoledo di cui don Roberto era originario. «È sempre stato un prete molto in gamba… sin da piccolo aveva espresso il desiderio di fare del bene agli altri». Così lo ricorda don Vito Morcelli, il parroco della popolosa frazione del Comune di Cosio Valtellino. C’è riuscito alla perfezione! E l’ha fatto, giorno dopo giorno, con entusiasmo. Con radicalità evangelica. Voleva stare con gli ultimi. “Gli ultimi sono il suo pane”, proprio come ripete Papa Francesco. La sua è stata una gran bella testimonianza. Un martire, un altro martire nella Diocesi di Como.

Di seguito proponiamo un video di p. Roberto Raschetti che ricorda don Roberto che ha conosciuto personalemente negli anni del seminario minore.

Preghiamo per don Roberto per la sua famiglia e le persone care alle quali è stato strappato da una violenza incomprensibile.

La Chiesa e i linguaggi della pandemia

Che cosa ha imparato la Chiesa dalla pandemia? O, meglio: abbiamo appreso qualcosa nel periodo del lockdown? Riportiamo un interessante articolo scritto da Piotr Zygulski sul tempo della pandemia tratto da: http://www.settimananews.it/chiesa/la-chiesa-linguaggi-della-pandemia/?utm_source=newsletter-2020-09-08

La seconda puntata del convegno “La Chiesa alla prova della pandemia” tenutasi nel monastero di Camaldoli dal 24 al 28 agosto 2020 non ha voluto eludere tale interrogativo scomodo, anche rileggendo esperienze pastorali, provvedimenti assunti e fecondità inespresse (per la prima parte si veda SettimanaNews).
Le giornate – dedicate rispettivamente a tematiche ecclesiologiche, liturgiche e comunicative – hanno evidenziato l’importanza di una riflessione critica sul momento pandemico, che ha fatto emergere problematiche e potenzialità che già c’erano, come ha premesso il monaco camaldolese Matteo Ferrari, organizzatore dell’incontro, introdotto dal priore Alessandro Barban e dal vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro Riccardo Fontana.

Chiesa
Nella sua prolusione, Giuseppe Angelini – già preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – ha segnalato come in questo periodo si sia riproposta la frattura tra coscienza e società, espressa soprattutto dalla cancellazione dell’interrogativo morale in ambito pubblico, sostituito da soluzioni tecnico-scientifiche che segnerebbero il trionfo di una mentalità clinico-terapeutica.
La presenza della Chiesa, anziché dar voce alle coscienze personali, è stata declinata «in forme molto ripetitive, litaniche, sostanzialmente gregarie rispetto al dibattito pubblico» come se «non avesse nulla di proprio da dire in proposito»; sarebbe invece di estrema importanza una mediazione nelle profondità culturali della società odierna per trasformare la pandemia in occasione di evangelizzazione.
L’ecclesiologo Dario Vitali (Pontificia Università Gregoriana) ha scelto la categoria paolina di “corpo di Cristo” per indagare gli effetti della pandemia sullo stato di salute della Chiesa; un corpo già «debole, debilitato, sfibrato» ha visto ulteriormente compromesse le proprie capacità di rigenerarsi: come un paziente anziano, ora necessita di una lunga convalescenza, nutrendosi di soluzioni condivise che riattivino le connessioni interne e di consapevolezza di ciò che ha diviso il corpo ecclesiale.
È intervenuto anche il pastore Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia, a proposito dell’irrilevanza sistemica della Chiesa. Essa, più che inseguire i criteri di legittimazione della sua presenza sociale sul piano laico che la valorizzano solamente in quanto erogatrice di servizi sociali di prima necessità, potrebbe ripensarsi nella categoria del “non necessario”: non in quanto superfluo, bensì nell’ordine del “più che necessario”, della gratuità che non può essere imposta ma solamente riconosciuta liberamente.
Di fronte alla pandemia, cattolici romani e protestanti hanno fatto ricorso alle rispettive “specialità della casa”: da un lato, la pietà sacramentale senza accesso diretto ai sacramenti, dall’altro, la predicazione della Parola con eventi domenicali su piattaforme digitali. Tuttavia proprio in questa fase si sono posti nuovi interrogativi: in campo riformato inusuali nostalgie del sacramento sino a proposte di consacrare via webcam, in quello cattolico la consapevolezza che il Vangelo può giungere anche attraverso molteplici canali, pure telematici.
Nella mia relazione ho mostrato la convergenza dei sondaggi degli ultimi mesi – uno dei quali, condotto dall’associazione “Nipoti di Maritain” da me diretta e già presentato in sintesi anche su SettimanaNews – su un aumento complessivo di un terzo, tra gennaio e aprile, delle pratiche religiose dei cattolici italiani. Non solamente quindi “messe in streaming” – le cui riprese audio/video necessitano di inedite attenzioni di estetica liturgica – e che comunque persino sommate insieme non riescono a raggiungere gli ascolti di papa Francesco, ma pure meditazioni del vangelo quotidiano e occasioni di riflessione, soprattutto da parte dei più giovani, sul senso della propria vita.
Inoltre, si è notata la divergenza di letture proprio sulle dirette social delle celebrazioni dei presbiteri: criticate come manie di protagonismo clericale da parte di altri preti che non hanno voluto farle, invece generalmente sono state molto apprezzate dal fedele medio che in esse ha trovato un’espressione di vicinanza e di cura pastorale, dato dal quale partire prima di considerazioni di altro tipo.

Liturgia
A partire da questa constatazione di teologia fondamentale – è vero comunque, come aveva studiato Dario Vitali, che il sensus fidei è in larga parte dipendente dall’impostazione ricevuta – è possibile poi educare il cammino dei fedeli ad una consapevolezza più matura della realtà ecclesiale e sacramentale.
Ma tale apprezzamento laicale per le “messe in streaming” può anche denotare, come ha rilevato nella seconda giornata la liturgista sr. Elena Massimi, docente presso gli istituti “Auxilium” di Roma e “S. Giustina” di Padova, la fatica della recezione dell’ecclesiologia del concilio Vaticano II e l’incomprensione dello statuto stesso della liturgia, opera di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa tutta che fa l’eucaristia, la quale a sua volta costituisce la Chiesa.
L’intervento ha sottolineato alcune criticità dei decreti liturgici adottati in tempo di Covid-19, maggiormente preoccupati per la validità canonica dei sacramenti, e si è interrogata sulla rinnovata attualità di alcune pratiche discutibili come le indulgenze, le messe celebrate dal solo sacerdote e la cosiddetta “comunione spirituale”, nate in ben altri contesti; ad ogni modo si auspica che l’interesse significativo che ha investito recentemente la liturgia non venga sprecato.
Lorenzo Voltolin, presbitero della diocesi di Padova, è partito da un interrogativo: che tipo di comunità si costituisce quando i corpi non possono incontrarsi? Nel suo paradigma interpretativo i new media sono un’estensione del nostro corpo e come esso iniziano a funzionare, attivando anche dal punto di vista chimico gli stessi meccanismi percettivi inter-corporei, con la pompa sodio-potassio e i successivi effetti sulla corteccia cerebrale.
Inoltre funzionano sul corpo e permettono esperienze significative intra-corporee, nella realtà virtuale; sebbene questa non vada confusa con la realtà stessa, si tratta di un ulteriore spazio esistenziale, una realtà a pieno titolo fondata sui sensi corporei, e non sull’immaginazione.
Ciò che permette di verificarne l’autenticità è il collegamento con il proprio referente fisico: in altre parole, se vi è un legame biologicamente reale – per esempio quello tra un parroco e la propria comunità – tale percezione performativa può creare partecipazione comunitaria; se invece non vi è alcun nesso con una realtà conosciuta fisicamente la celebrazione si fa spettacolo.
Morena Baldacci, responsabile della pastorale battesimale della diocesi di Torino, ha parlato di preghiera “in casa” (anziché di preghiera “in famiglia”, per poter includere un maggiore numero di esperienze anche di single e di conviventi) portando esempi, più che di sussidi, di pratiche concrete. Tali liturgie domestiche hanno permesso a una pur sempre esigua minoranza di fedeli già assidui di riscoprire gesti e parole del quotidiano; non un mero “trasloco” dalle chiese alle case, ma piuttosto una piccolezza scelta in cui sperimentare una pluralità di servizi e di ministeri.
In seguito, è stata proposta l’esperienza della Tenda della Parola animata dal parroco parmense Guido Pasini che, in tempo di pandemia, ha inviato a una mailing list un breve sussidio con tracce audio lette e cantate per pregare il vangelo domenicale.

Linguaggi
Nel terzo giorno dedicato alla comunicazione sono intervenuti due presbiteri della diocesi di Bergamo.
In primis Manuel Belli, che ha rilevato gli sforzi da parte delle Chiese per apprendere come stare su un web abitato da nativi digitali che hanno sempre vissuto in tempo di crisi e che possono essere sensibili, più che a spiegazioni causali o a illusori ottimismi, a una pastorale della prossimità al singolo individuo.
Giuliano Zanchi è entrato nel rapporto tra fede e arte, anche a proposito della riproducibilità tecnica dei sacramenti nell’“infosfera” in cui si è inevitabilmente immersi, dell’eloquenza (quasi sacramentale) di alcune immagini circolate durante la pandemia e dell’esigenza della ritualizzazione della vita, nel momento in cui si inventano nuovi riti alternativi personali perché quelli della liturgia non vengono percepiti più come espressivi, a causa di un sostanziale isolamento della Chiesa dal mondo culturale in cui avvengono novità.
Nel pomeriggio si è avuta l’occasione di ascoltare la testimonianza video del salesiano Alfio Pappalardo, autore di Un minuto per pregare sul social dei giovanissimi TikTok, oltre a quella del 23enne Emmanuele Magli (canale Religione 2.0 su YouTube) docente di IRC a Bologna e di Marco Scandelli, parroco di Borgo Maggiore a San Marino, che quotidianamente offre un video di #2minutiDiVangelo.

Responsabilità e vulnerabilità
La mattinata conclusiva, dopo l’esperienza del “pellegrino rosso” Matteo Bergamelli – che con entusiasmo, creatività e ironia testimonia la sua fede soprattutto su instagram – ha visto l’intervento del filosofo Stefano Biancu, docente alla LUMSA e vicepresidente del MEIC.
In quest’ultima relazione si sono rivissute le domande della filosofia morale in tempo di pandemia: abbiamo una conoscenza più limitata di quanto pensassimo anche delle realtà fisiche, non tutto è sotto il nostro controllo, eppure abbiamo una certa responsabilità – rispondere a qualcuno di qualcosa – su ciò che invece dipende da noi, senza temere quella vulnerabilità che, esponendoci al rischio di poter essere feriti dagli altri, consente di accedere a esperienze più grandi.
Entra così in gioco una dinamica di beni “supererogatori”, cioè non esigibili (come il perdono, l’amore, l’accoglienza) eppure vissuti con la coscienza che siano tali: è il “massimo necessario”, per esempio, del personale sanitario che ha compiuto come atto dovuto il proprio servizio, definito invece da altri nei termini di “eroismo”.
Insomma, dopo la puntata di giugno più “a caldo”, anche con quella di agosto questo convegno ha voluto, su temi più specifici, offrire un aiuto per comprendere l’attuale delicata fase ecclesiale, senza offrire alcuna ricetta preordinata, ma ripensando alle ricchezze e alle debolezze che questo tempo ha fatto scoprire, al fine di investire energie e lavorare con pazienza sui punti nodali affinché i frutti vengano da cammini condivisi, e non da scorciatoie.

I martiri di El Salvador avranno giustizia?

Sotto processo a Madrid l’ex colonnello ed ex ministro della Difesa di El Salvador Inocente Montano per la strage del novembre 1989 all’UCA.
Montano ha più di 70 anni ed è in prigione dal 2017. Le udienze si terranno fino al 16 luglio. Dovrà rispondere alla giustizia spagnola dell’assassinio di sei gesuiti, tra i quali Ignacio Ellacuria.
Accanto a Montano, siederà anche René Yusshy Mendoza, già tenente colonnello della repubblica salvadoregna, membro del battaglione Atlacati, esecutore degli assassini. Gli fu data la pena di un anno per ogni assassinato perché confessò e si offrì a riparare il danno.
L’accusa è precisa: «Entrambi parteciparono alla decisione, al disegno o all’esecuzione» dell’assassinio, il 16 novembre 1989. All’interno dello stato di El Salvador facevano parte di una struttura parallela al di fuori della legalità, che alterò gravemente la pace pubblica, mettendo in atto uno stato di terrore nella popolazione con esecuzione di civili e con “sparizioni forzate”.
Montano fu detenuto per due anni negli Stati Uniti fino alla consegna alla giustizia spagnola il 29 novembre 2017. Il tribunale spagnolo processò una ventina di ex militari salvadoregni, che parteciparono all’assassinio, ma le autorità del paese non concessero l’estradizione, per cui solo Montano, detenuto negli USA, poté mettersi a disposizione della giustizia spagnola.

Il massacro
I martiri di quel 16 novembre 1989 riposano nella cappella di mons. Romero nel recinto dell’Università del Centroamerica (UCA). Alla memoria: Celina ed Elba Ramos, Ignacio Martin-Barò, Armando Lopez, Juan Ramon Moreno, Segundo Montes, Ignacio Ellacuria, Joaquin Lopez y Lopez. Sei gesuiti, la cuoca e la figlia di 16 anni. Il teologo Sobrino scampò al massacro perché si trovava in Thailandia. Un altro gesuita era andato a dormire in un’altra comunità. Di otto erano presenti sei e furono assassinati.
Vennero di notte i soldati del presidente Cristiani, forzarono la porta d’ingresso della casa, li fecero uscire nel giardinetto e spararono loro alla testa. Le cervella schizzarono al suolo. Impazziti, i soldati gettarono a terra macchine da scrivere, computer, registri, video e rubarono documenti e registri. Entrarono nella cappella di mons. Romero, presero di mira la grande foto e spararono al cuore.
I gesuiti erano persone che disturbavano. Erano chiamati comunisti e marxisti, anti-patrioti, persino atei. Si voleva ridurli al silenzio, magari allontanarli dal Paese, disperderli o ucciderli.

Era il Vangelo la loro ispirazione
Il teologo Sobrino conosceva bene i suoi colleghi e confratelli. Disse all’indomani del crudele assassinio che erano cristiani autentici e coraggiosi, convinti di seguire Gesù di Nazaret nella lotta di liberazione dall’ingiustizia e da ogni sopruso. Conoscevano certamente il marxismo per analizzare la situazione di oppressione nel terzo mondo, ma tenevano conto dei seri limiti dell’analisi marxista. Non fu mai il marxismo la loro fonte principale di ispirazione. Il rettore, Ignacio Ellacuria, era un eminente discepolo del filosofo spagnolo Xabier Zubiri.
Era il vangelo di Gesù che ispirava le loro azioni. Me lo confessò, a distanza di anni, lo stesso Jon Sobrino, con il quale ripercorsi quella tristissima notte di tenebra e morte: «Quando nella comunità parlavamo di fede, le parole erano molto parche, ma molto reali. Eravamo soliti parlare del regno di Dio e del Dio del regno della vita cristiana come sequela di Gesù, del Gesù storico, quello di Nazaret. All’Università – nell’insegnamento e negli scritti di teologia, ma anche in momenti solenni e in atti pubblici – ricordavamo sempre la nostra ispirazione cristiana come il punto centrale del nostro agire. Si parlava dell’opzione dei poveri, del peccato strutturale, della sequela di Gesù liberatore».
I gesuiti trucidati godevano dell’appoggio e dell’amicizia di alcuni vicini a mons. Romero, come mons. Rivera Damas e mons. Casaldaliga. Vescovi cattolici e di altre confessioni visitavano l’Università e non consideravano i gesuiti assassinati come membri e rappresentanti di una Chiesa pericolosa, poco obbediente al magistero di Roma. Ancora Sobrino: «Erano il volto delle maggioranze popolari, dei poveri, degli oppressi del Paese. Questa è la tragedia e per questo li uccisero».
Conservo l’emozione di quando visitai la cappella dell’Università, con la foto del vescovo martire Romero, le stanze dei gesuiti e il piccolo giardino, dove furono massacrati, la “sala dei martiri”, dove sono esposte le cose personali dei martiri.

“Obdulio cura le rose”
Il 22 marzo del 1990, alle 7 del mattino, il vescovo emerito di Sao Felix, in Brasile, Pedro Casaldaliga, si recò al “Centro pastorale mons. Romero” per visitare il luogo del massacro. S’incontrò per caso con Obdulio, marito di Elba, la cuoca, e padre di Celina, entrambe crivellate di colpi. Obdulio era intento al suo lavoro. Stava ponendo piante di rose nel luogo del martirio. I due si abbracciarono.

Il vescovo voleva donare qualcosa al marito e padre. Aveva un rosario e glielo diede. Lui se lo pose al collo. Il giorno dopo, don Pedro, poeta molto noto, scrisse questi versi dedicati ai martiri dell’UCA e al popolo ferito:

Già siete la verità in croce

e la scienza in profezia

ed è completa la compagnia

compagni di Gesù.

Il giuramento compiuto,

la UCA e il popolo ferito

dettano la stessa lezione

dalle cattedre-fosse

e Obdulio cura le rose

della nostra liberazione.

 

di: Francesco Strazzari
http://www.settimananews.it/informazione-internazionale/martiri-el-salvador-avranno-giustizia/?utm_source=newsletter-2020-06-16

Il perdono dei peccati in assenza di assoluzione sacramentale

«Laddove i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, si ricorda che la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dal votum confessionis, vale a dire dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali.»
Nella nota della Penitenzieria Apostolica di venerdì scorso sul sacramento della Riconciliazione nell’attuale situazione di pandemia, vi è indicato come le circostanze causate della diffusione del nuovo coronavirus, che stanno obbligando le persone a rimanere a casa e non poter recarsi a messa e a confessarsi, non modifichino le prescrizioni del Codice di diritto canonico. Lo ha ribadito anche Papa Francesco nell’omelia alla celebrazione mattutina del medesimo giorno nella cappella di Casa Santa Marta:
«Io so che tanti di voi, per Pasqua, andate a fare la Confessione per ritrovarvi con Dio. Ma tanti mi diranno oggi: “Ma padre, dove posso trovare un sacerdote, un confessore, perché non si può uscire da casa? […] Tu fai quello che dice il Catechismo. È molto chiaro: se tu non trovi un sacerdote per confessarti, parla con Dio, è tuo Padre, e digli la verità: “Signore, ho combinato questo, questo, questo… Scusami”. E chiedigli perdono con tutto il cuore, con l’Atto di dolore, e promettigli: “Dopo mi confesserò, ma perdonami adesso”. E subito tornerai alla grazia di Dio. Tu stesso puoi avvicinarti, come ci insegna il Catechismo, al perdono di Dio senza avere un sacerdote “a portata di mano”. Pensateci: è il momento! Questo è il momento giusto, il momento opportuno. Un Atto di dolore ben fatto, e così la nostra anima diventerà bianca come la neve.»
In questi giorni difficili, la preghiera dà anche la possibilità di ricevere un’indulgenza speciale. Un’altra nota della Penitenzieria Apostolica, rilasciata sempre venerdì, concede l’indulgenza plenaria, oltre che ai fedeli affetti da Coronavirus, agli operatori sanitari e ai loro familiari con determinate condizioni,
«a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.»

https://www.retesicomoro.it/perdono-peccati-assenza-assoluzione-sacramentale/